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L'Europa critica la normativa italiana sul subappalto

Synetich Srl

 

In seguito alla riunione del proprio consiglio, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcom), mediante la segnalazione S 4008, ha avanzato al parlamento e al governo la richiesta di procedere all'eliminazione del tetto dal subappalto e, quindi, di lasciare alle Stazioni Appaltanti l'onere di imporre limitazioni per casi specifici. Sul punto, è opportuno precisare che la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione sul tema, ossia la disciplina del subappalto contenuta nel Codice.  

 
Quello che l'Europa non approva

Nello specifico, ad essere finite “nell'occhio del ciclone” sono le disposizioni che disciplinano i limiti di utilizzo, ossia l'articolo 105 del codice appalti e l'articolo 1, comma 18, del decreto-legge 18 aprile 2019 n. 32, il c.d. sblocca cantieri. Per quanto riguarda il primo riferimento normativo, quello attualmente vigente prevede che l'eventuale subappalto non possa essere superiore al 30% dell'importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture; eventuali eccezioni sono enunciate dal comma 5. La norma dello sblocca cantieri, invece, aumenta e fissa la soglia massima, fino al 31 dicembre 2020, al 40% in risposta alle contestazioni sollevate dalla Commissione europea nella procedura di infrazione del gennaio 2019. A livello sovranazionale, per l'appunto, i commi 2 e 5 dell'articolo 105 sono stati considerati contrastanti con il diritto Ue: la normativa europea è contraria alle limitazioni per i subappalti, anche in quei casi in cui la restrizione è oggettivamente giustificata dalla natura delle prestazioni dedotte nel contratto.
L'Agcm ha effettuato la segnalazione data l'imminente scadenza del periodo previsto dal decreto Sblocca cantieri per ricordare «la valenza proconcorrenziale dell'istituto del subappalto» e sottolineare come una proroga del suo utilizzo potrebbe tradursi in maggiori possibilità, per le piccole e medie imprese, di agire sui mercati.  

 
La posizione dell'Agcom

Sul punto, l'Autorità ha ripreso la sentenza della corte Ue che dichiarava che una disposizione «che vieta in modo generale e astratto il ricorso al subappalto oltre una percentuale fissa dell'affidamento, indipendentemente dal settore economico interessato dall'appalto, dalla natura dei lavori o dall'identità dei subappaltatori, non può essere ritenuta compatibile con la direttiva 2014/24/Ue». Di contro, l'Agcm «ritiene che eventuali limiti all'utilizzo del subappalto dovrebbero essere proporzionati all'obiettivo di interesse generale che si intende perseguire e giustificarsi in relazione al caso concreto, sulla base di criteri ben definiti e motivati dalla stazione appaltante in sede di gara». L'esempio preso a modello nella segnalazione si riferisce ai casi in cui «le caratteristiche strutturali del mercato di riferimento potrebbero giustificare un limite al ricorso al subappalto in ragione della presenza di un limitato numero di possibili imprese partecipanti alla gara. In questo caso il suo utilizzo potrebbe favorire l'attuazione di intese spartitorie». Altri potrebbero essere inerenti alla natura peculiare delle prestazioni dedotte in contratto o a esigenze di sicurezza nella fase di esecuzione. In situazioni eccezionali e in presenza di una valida motivazione, la stazione appaltante potrebbe stabilire il divieto di subappalto. Inoltre, l'Autorità ritiene che si dovrebbe “conservare” anche l'obbligo di indicare, già in sede di offerta:

  • la quota dell'appalto e i lavori che si vogliono subappaltare;

  • l'identità dei possibili subappaltatori al fine di consentire e facilitare alle stazioni appaltanti il compito di individuare preventivamente i soggetti incaricati e di eseguire le opportune verifiche riguardo la loro capacità e affidabilità per scongiurare rischi di corruzione e collusione nelle fasi di affidamento ed esecuzione.

Non ci resta che attendere l'evoluzione dei fatti.

 

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